giovedì 18 dicembre 2014

UFFICIO GARE ASSOCIATO: QUALCOSA NON TORNA



Nel corso dell'ultima seduta dell'anno del Consiglio comunale di Serravalle Pistoiese è stata approvata la convenzione fra Comune di Monsummano Terme e Comune di Serravalle Pistoiese per la costituzione di un ufficio gare associato.
                   
Il Codice dei contratti pubblici di lavori, servizi e forniture prevede che i comuni  procedano all'acquisizione di lavori, beni e servizi nell'ambito delle unioni dei comuni, ove esistenti, oppure provvedano a costituire un apposito accordo consortile tra comuni oppure, ancora, possano ricorrere ad un soggetto aggregatore o alle Province.

Esiste inoltre una alternativa e cioè che  gli stessi comuni possano effettuare i propri acquisti attraverso gli strumenti elettronici di acquisto gestiti da Consip, la società del Ministero dell'Economia e delle Finanze che svolge attività di consulenza, assistenza e supporto nell'ambito degli acquisti di beni e servizi delle amministrazioni pubbliche, oppure da altro soggetto aggregatore di riferimento simile.

La materia è particolarmente delicata, come purtroppo le cronache giudiziarie ci ricordano con una continuità sempre più allarmante.

L'idea di condividere i servizi tra più enti comunali per dare migliori risposte a costi più contenuti è sempre stata sostenuta dal nostro gruppo che aveva individuato la necessità di percorrere questa strada già nel proprio programma elettorale.

Sembrerà dunque una contraddizione il fatto che alla fine abbiamo dovuto esprimere un voto contrario al provvedimento.

Purtroppo però, nonostante una serie di pressanti richieste di spiegazioni, approfondimenti e modifiche, la delibera è stata imposta al Consiglio Comunale con una certa leggerezza che sfiora la superficialità.

Ad una serie di gravi errori  contenuti nel testo della convenzione (l’oggetto della delibera) non è stato apportato alcun correttivo e, soprattutto non ci è stata nemmeno data risposta, ma quello che più ci ha lasciato perplessi sono alcuni aspetti di non secondaria importanza.

Il Sindaco Patrizio Mungai, sia nella illustrazione che nella replica, non ha saputo o voluto spiegare compiutamente i motivi della scelta di stipulare questa convenzione con il Comune di Monsummano, se non motivando la scelta con il fatto che è confinante con il territorio di Serravalle, cosa inoppugnabile senza dubbio, come non è controvertibile il fatto che i comuni confinanti siano ben altri sette, e che dal 1 gennaio 2015 si sarebbe fermato il processo degli approvvigionamenti.

Peraltro, nonostante che a detta del Sindaco il confronto sia andato avanti per alcuni mesi, i consiglieri di maggioranza e di minoranza hanno preso atto del testo della delibera appena cinque giorni prima della seduta del Consiglio, durante la riunione della commissione competente in materia.
Non c'è stato quindi il tempo minimo indispensabile per approfondire compiutamente una materia così delicata, né è stato possibile fare le opportune analisi e le necessarie verifiche per comprendere meglio la portata del provvedimento.

Perché con Quarrata, che è un Comune simile per dimensione a Monsummano ed è ugualmente confinante, non è stato possibile aprire un dialogo? Davvero, come ha riferito il Sindaco Mungai, non c'era la volontà da parte della città di Quarrata a sostenere una simile iniziativa?

Perché il Sindaco Mungai ha imposto al Consiglio una convenzione che recita testualmente “demandando al Dirigente competente le modificazioni e/o integrazioni di modesta entità necessarie ai fini di una corretta sottoscrizione della stessa”?

Il Consiglio comunale ha, di conseguenza, votato la propria esautorazione, affidando al Dirigente la facoltà di cambiare la convenzione a proprio piacimento, visto che non si sa chi stabilirà la “modestia” o meno dell'entità dei cambiamenti.

Infine, perché il Sindaco Mungai ha omesso (o si è semplicemente dimenticato?) di raccontare a tutti i consiglieri, di maggioranza e di minoranza, che appena un mese fa il Comune di Monsummano ha aderito al portale acquisti centralizzati del Cev dopo essersi già consorziato dall’Aprile 2014 con lo stesso? Sarà questa la “Centrale di Committenza” che il neonato Ufficio Gare dovrà selezionare?

Il Cev (Consorzio Energia Veneto) è  un consorzio con sede a Verona, del quale nessun consigliere di Serravalle conosce nulla, anche se, supponiamo sia una struttura serissima e solidissima.

Ma allora, perché Serravalle non ha scelto di aderire direttamente al Cev, come ha fatto Monsummano? Perché nessuno degli altri comuni della Val di Nievole o della Piana pistoiese ha sposato la soluzione individuata  da Monsummano?

Insomma, troppi dubbi, troppe domande senza risposta, troppa superficialità in un settore della pubblica amministrazione che è strategico e estremamente delicato.

Ci dispiace quindi notare come la maggioranza, a parole sempre aperta al confronto ed al contributo delle minoranze, in questa occasione abbia agito in sordina, probabilmente, ma il nostro è un sospetto maligno, anche a scapito di alcuni consiglieri della maggioranza stessa che, infatti, ieri hanno contribuito molto modestamente al dibattito sull'argomento, se si esclude la prolusione del Sindaco che ha sorvolato con serena incoscienza su troppe informazioni preziose, sicuramente da lui ben conosciute ma non ritenute “utili” all'intero Consiglio comunale di Serravalle Pistoiese.

Gruppo Serravalle Popolari e Riformisti
Federico Gorbi
Patrizio Rafanelli

mercoledì 17 dicembre 2014

QUANDO I BAMBINI SONO IL NEMICO

«La violenza non è mai insensata. Quando la definiamo così non la capiamo: ha sempre un significato». A parlare è Adriano Zamperini, docente di Psicologia della violenza all’Università di Padova e recente autore per Il Mulino di La bestia che è in noi. Smascherare l’aggressività. Il riferimento è all’eccidio perpetrato nella scuola in Pakistan: «In questo caso – afferma – il senso non è nelle caratteristiche personali delle vittime, ma nella loro identità collettiva.

Vuole dire che agli occhi di chi ha sparato non esistevano i singoli bambini?
Esattamente. Gli esseri umani hanno la capacità di togliere umanità ai singoli individui. Pertanto quei bambini assassinati non erano esseri umani, ma soggetti omologati nella categoria del nemico. Una categoria che racchiude in se stessa tutto il negativo possibile. Il nemico è colui che minaccia i nostri valori di riferimento; colui al quale non è possibile concedere alcuna emozione simpatetica...

In un contesto come quello pachistano cosa significa?
Si tratta di conflitti in cui viene messo in primo piano il senso dell’identità sociale di appartenenza. Chi viene ucciso non conta come persona, ma come appartenente a un corpo sociale. Questo, come dicevamo, spiega molto bene tali forme di brutalità in cui il carnefice non percepisce l’umanità delle sue vittime.

Una dinamica vista tante volte nella storia.
Il processo di base è lo stesso che ha consentito il funzionamento della macchina di sterminio nazista.

Qualcuno teorizza e sfrutta le sue conoscenze psicologiche per condizionare le persone, che poi eseguono?
La persona che esegue non deve pensare: qualcun altro ha già pensato prima e ha stabilito che il nemico deve essere rimosso perché è un ostacolo. Se pensa, nel 90% dei casi non spara.

...

(leggi  l'articolo integrale su AVVENIRE cliccando QUI)

sabato 29 novembre 2014

LA FINE DEL PDL DI SERRAVALLE

Durante il Consiglio comunale di questa mattina, il consigliere Elena Bardelli ha annunciato l'addio al gruppo Pdl.

Ci sono diversità di vedute sulla politica nazionale, ma anche su quella locale - ha sostenuto Elena Bardelli - divergenze sul modo di concepire e fare politica sul territorio. Ci sono, inoltre, diversità nel modo di concepire e condurre l’opposizione in Consiglio comunale e al di fuori di esso”.

Siamo ovviamente rispettosi di quanto avvenuto: Elena Bardelli, iscritta a Fratelli d'Italia, non condivide l'azione politica del capogruppo Roberto Bardelli, suo fratello sì, ma iscritto a Forza Italia.
Nulla di male. Si sa, la politica può dividere.

Ci tornano tuttavia alla mente le parole del coordinatore di Forza Italia di Serravalle Pistoiese, Elia Gargini, all'indomani della spaccatura del gruppo Serravalle Futura, gruppo da cui è nato poi  "Serravalle Popolari e Riformisti", l'unico gruppo rimasto in Consiglio comunale, oltre quello di maggioranza.
Elia Gargini in quell'occasione disse: "mi viene in mente la maestra che alle elementari mi spiegò che, nelle addizioni, mele e pere non si possono sommare.
Ovvero, non si possono fare alleanze a tutti i costi tra persone con idee e modi di agire opposti, al solo scopo di raccattare qualche voto in più. Le alleanze politiche si fanno su idee, programmi, progetti. Questo è quello che abbiamo sempre sostenuto nel Pdl, ed  evidentemente è stato il tempo a darci ragione
".

E' vero, caro Elia Gargini, il tempo è sempre galantuomo.


                                                                                           Federico Gorbi
                                                                      Capogruppo Serravalle Popolari e Riformisti

martedì 18 novembre 2014

OLIO VEGETALE: DA RIFIUTO A RISORSA

Al Sindaco del Comune di Serravalle Pistoiese


In Italia vengono, ogni anno, immessi al consumo (direttamente come olio alimentare o perché presente in altri alimenti) circa 1,4 miliardi di Kg di olio vegetale per un consumo medio pro capite di circa 25 Kg annui (fonte Ministero della Sanità); di questa quantità si stima un residuo non utilizzato pari a circa il 20%.

Ci troviamo quindi di fronte ad oltre 280 milioni di Kg di olio vegetale usato, circa 5 Kg a testa, che ogni anno "restituiamo" all'ambiente, in gran parte sotto forma di residuo di fritture e quindi ricco di sostanze inquinanti.

I sistemi di raccolta e recupero dell’olio vegetale esausto di origine domestica sono poco sviluppati con la conseguenza che buona parte di tale rifiuto viene semplicemente gettato nelle reti di scarico idrico domestiche determinando un notevole impatto ambientale oltre allo spreco di una preziosa risorsa.

Questi oli infatti non possono essere semplicemente buttati nel lavandino perchè lo scarico
degli oli esausti comporta gravi conseguenze ambientali:
a) intasamento delle reti fognarie con conseguenti costi di manutenzione;
b) maggior costo per la depurazione delle acque a carico dei cittadini;
c) inquinamento delle falde;
d) inquinamento delle acque superficiali (laghi, fiumi, mare) con danni all'ecosistema, alla flora e alla fauna.

Inoltre lo spreco è evidente considerando che da 1 litro di olio esausto è possibile ottenere 1 litro di biocarburante a basso impatto ambientale, il cui utilizzo contribuisce a ridurre sia le emissioni di CO2 sia le emissioni di polveri sottili rispetto all’utilizzo di carburanti convenzionali di origine fossile.

Se riportiamo i dati nazionali alla nostra realtà locale, è possibile stimare che, per il Comune di Serravalle Pistoiese, il quantitativo di olio alimentare di scarto ammonti a più di 50.000 kg.

Come molti altri residui anche l'olio vegetale usato può rappresentare, se raccolto in modo differenziato dagli altri rifiuti, oltre che vantaggi di carattere ambientale anche una fonte di risparmio energetico perché è possibile dopo corretti processi di rigenerazione, un suo riutilizzo industriale.

Per quanto sopra esposto, si PROPONE di deliberare la dislocazione di almeno due contenitori di raccolta nel nostro territorio comunale, dove i cittadini potranno conferire i propri oli usati nella cottura dei cibi, in accordo con Publiambiente che ha già iniziato in alcuni Comuni una simile azione di raccolta differenziata.

Federico Gorbi
Serravalle Popolari e Riformisti

giovedì 13 novembre 2014

UNIONE DI COMUNI PER SERRAVALLE?

Sul possibile coinvolgimento di Serravalle Pistoiese in una futuribile unione di comuni sono intervenuti prima il consigliere Daghini di Rifondazione Comunista, per dire no, elencando una serie di preoccupazioni, e poi il consigliere Bolognini che, tra la lunga serie di considerazioni che fa, ci sembra abbia dato un parere favorevole alla proposta.

Vorremmo riportare tuttavia il dibattito, senza dubbio interessante, nel giusto alveo.

Il tema è stato sollevato da noi nel corso dell'ultimo consiglio comunale, quando il consigliere Bolognini era assente, in occasione del voto sull'estensione per la gestione in forma associata del servizio di segreteria.
Il Segretario ed il vice-Segretario comunale, fino ad oggi, venivano gestiti da Serravalle in modo associato con il comune di Ponte Buggianese.
Tale collaborazione si è ora estesa anche al comune di Pieve a Nievole.

Grazie alla disponibilità del Segretario generale, dott. Fernando Francione, e del vice-segretario, dott. Paolo Ricci, il comune di Serravalle potrà risparmiare circa ventimila euro all'anno pur non rinunciando alla qualità del servizio.

In quella occasione, abbiamo appoggiato convintamente la proposta, ampliando però il dibattito per rilanciare una riflessione sulla condivisione con altri comuni dei servizi ai cittadini, in modo da realizzare sensibili risparmi magari migliorando il livello di quanto viene offerto.

Nel gran parlare di questi giorni per diversi enti della nostra realtà provinciale, si rischia di far confusione tra unione e fusione.

L'unione di più enti comunali non comporta la scomparsa delle singole realtà ma fa sì che i singoli comuni affidino all'unione alcuni compiti, in modo da realizzare insieme cose migliori e con economie di scala.

Diversa è la fusione che comporta il superamento di due o più realtà territoriali ed amministrative che cessano di esistere per essere completamente inglobate in un nuovo ente.

Nessuno, in consiglio comunale, ha parlato di fusione. Piuttosto, sia da parte del nostro gruppo che da parte della maggioranza, è stato fatto un ragionamento per cercare di individuare quei servizi che, come nel caso degli acquisti, della riscossione di imposte e tributi, del pagamento degli stipendi, potrebbero essere gestiti in associazione con altri enti, per poi arrivare nel tempo ad una unione di comuni.

I problemi che individua Daghini, relativi alla particolarità del territorio di Serravalle, diviso in due zone ben distanti e distinte tra loro, sono superabili in tal senso poiché nessuno vuole veder la fine di Serravalle come comune ma, almeno il nostro gruppo, auspica un livello migliore di servizi con costi più contenuti.
E' proprio la conformazione territoriale che provoca una lievitazione di costi nel nostro ente, se si pensa solo al fatto che esistono due palazzi comunali, uno a Serravalle e uno a Casalguidi.

Allora, perchè non immaginare nuovi modi per risparmiare su altre voci e per dare servizi di più alto livello ai cittadini?

Non abbiamo la soluzione in tasca, ma ci piacerebbe che le forze politiche serie si confrontassero apertamente su questo tema, senza buttarla sempre in burla come fa Bolognini, cosa che può essere simpatica se dura poco.

I cittadini ci hanno eletto per dare risposte e, per questo, chiediamo a tutti i gruppi presenti in consiglio un sereno confronto su questo tema.



                                                                    Federico Gorbi - Patrizio Rafanelli
                                                                      Serravalle Popolari e Riformisti

martedì 4 novembre 2014

CITTADINANZA ONORARIA ALL'ARMA DEI CARABINIERI

Nel corso della seduta del 4 novembre, il Consiglio Comunale di Serravalle Pistoiese ha votato all'unanimità per il conferimento della cittadinanza onoraria all'Arma dei Carabinieri, in occasione del 200° anniversario dalla fondazione.

Questa la sintesi del mio intervento a nome del gruppo "Serravalle Popolari e Riformisti":

Nel conferire la cittadinanza onoraria all'Arma dei Carabinieri potrebbero essere ricordati, e anche lei lo ha fatto Signor Sindaco, molti atti eroici a partire dalla Carica di Pastrengo del 1848, per passare al contributo di sangue che molti Carabinieri hanno dato per l'unità d'Italia

Potremmo ricordare molte azioni coraggiose in occasione dei due conflitti mondiali e il sacrificio di eroi come Salvo D'Acquisto o i Carabinieri di Fiesole che donarono la propria vita in cambio della salvezza di molte altre vite, di fronte alla barbarie nazi-fascista. 

Potremmo ripercorrere la storia delle centinaia di volte che i Carabinieri hanno portato soccorso alle popolazioni colpite da calamità naturali, a partire dal terremoto di Messina del 1908, quando l'Arma si guadagnò il titolo di Benemerita, fino alla tragedia del Vajont (e lasciatemi dire con orgoglio che tra i Carabinieri che intervennero c'era anche mio padre), fino all'alluvione di Firenze, di cui oggi ricorre il 48° anniversario, fino ai terremoti del Friuli e dell'Irpinia o al più recente dell'Aquila.

Potremmo riportare alla mente la lotta al terrorismo rosso e alla mafia, con vittime illustri come il Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Potremmo citare le molte missioni di pace nel mondo: dal Libano al Kossovo, dall'Afghanistan all'Iraq, con il sacrificio della vita, come a Nassiriya.

Come dice lo storico Marc Bloch però "la storia serve a comprendere e non a giudicare" e allora per comprendere davvero il valore dell'Arma dei Carabinieri più che alle centinaia di azioni eroiche credo si debba guardare all'essenza di quanto scritto nelle Regie Patenti del 13 luglio 1814, documento con il quale si istituiva l'Arma dei Carabinieri Reali.

Compito dei Carabinieri, è scritto, è quello di "contribuire alla felicità dello Stato che non può essere disgiunta dalla protezione e difesa dei buoni soggetti".
Oltre la straordinarietà del fatto che in un testo di Legge sia inserita la parola "felicità", cosa che mi risulta essere per nulla comune, si lega il fatto che lo Stato, o potremmo dire la società, deve ambire alla felicità ma per far sì che questo avvenga non si può prescindere dal fatto che le persone perbene devono essere difese e protette dai disonesti. 
Tutti noi possiamo ambire alla felicità se c'è qualcuno che ci tutela da chi, con azioni illecite, mina alla nostra serenità singola e collettiva.

Per questo il Re decise di dar vita ad un corpo armato speciale, istituzione, una delle poche, che è rimasta in vita anche con la Repubblica: i Carabinieri.

Nel primo Regolamento Generale del 1822 si sottolinea il fatto che i Carabinieri devono considerarsi costantemente in servizio, in qualunque circostanza e a qualunque ora.

Allora come amministratore, e ancor prima come cittadino, a nome del Gruppo "Serravalle Popolari e Riformisti" e dichiarando il voto favorevole del Gruppo, desidero esprimere il mio ringraziamento ai Carabinieri non solo per gli atti eroici, che sono stati citati, ma per aver protetto in qualunque circostanza e a qualunque ora i cittadini perbene per assicurare loro la possibilità di ambire alla felicità.

Un sentito ringraziamento quindi ai Carabinieri in servizio nel nostro territorio comunale ed ai Carabinieri di oggi e di ieri per tutto ciò che hanno fatto per il nostro Paese e per tutti noi.


                                                                                          Federico Gorbi
                                                                 Capogruppo Serravalle Popolari e Riformisti

mercoledì 29 ottobre 2014

LA MADRE STAVA

Il quotidiano "La Croce" che sarà in edicola dal 13 gennaio 2015, nel suo numero zero ospita questo magnifico articolo scritto da Katia Giardiello.

Per chi volesse seguire sin da subito il quotidiano, consiglio la pagina Facebook (La Croce Quotidiano). 

Mi chiamo Katia e sono la mamma di piccola M, una bambina oggi di 10 mesi nata con una gravissima e rarissima malformazione ad una vena del cervello. 22 agosto del 2012 a 37 settimane e qualche giorno faccio una semplice eco di controllo. Il medico sbianca esce e ne entra un altro, un professore. Ci dice che c’è un problema grave, c’è un altissima possibilità che la bambina nasca morta o gravemente cerebrolesa, con danni neurologici o motori, perché praticamente metà del suo cervello è una massa aneurismatica. Mio marito praticamente sviene e l’unica cosa che provo è un enorme tenerezza, penso che è mia figlia e la proteggerò.

M nasce il 24 agosto viva e sembra sana, mi viene appoggiata in grembo dopo un parto fisiologico perfetto di 5 ore, un marito ed un’ostetrica meravigliosi, insostituibili. Due minuti, il tempo di guardarla dritto negli occhi e mi viene portata via, in un reparto di subintensiva per poterla controllare da cima a fondo e capire se sta bene. Dopo 4 giorni la rivedo e inizio ad andare lì in reparto per allattarla, la notte invece con il papi si torna a casa, da soli. Dopo 20 giorni torna a casa con noi in attesa di poter intervenire sulla massa, ci dicono che inspiegabilmente la bambina è sana, ma l’aneurisma potrebbe scoppiare da un momento all’altro o creare danni permanenti o ancora farle scoppiare il cuore per l’enorme quantità di sangue che pompa. Va trattata, operata endoscopicamente, i rischi sono alti, ma se non si agisce morirebbe comunque. A 29 giorni di vita ricevi il battesimo “ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio” poi, il viaggio della speranza in un altra regione, da un importante professore che però ci confonde con la sua poca umiltà. Lui è molto importante ma noi preferiamo affidarti a chi ti ha fatta nascere.

Porziuncola, affidamento della piccola a Maria. Fine novembre unzione degli infermi: voglio che sia tutta tua, sempre e comunque. 4 dicembre prima operazione rischio di morte altissimo, di emorragia, e su una bimba così piccola non si farebbe in tempo ad arrivare in sala operatoria. M esce dalla sala operatoria indenne. la massa cresce e bisogna operare di nuovo. siamo nella fatica, fisica, psichica e spirituale. Il respiro è pesante. Questo secondo intervento ha i medesimi rischi e noi siamo molto molto stanchi. Il fatto di avere più coscienza di tutto non aiuta. Il cammino è fatto di grandi speranze ma anche di profonda angoscia. Sentirsi ripetere alcune parole ormai da sei mesi è veramente faticoso. Nei momenti di angoscia, quando il dolore diventa a volte rabbia e Male, il rumore dentro la testa è tanto e si teme anche di fare del male al proprio bambino. La parola morte e la parola malattia o malformazione diventano un nemico che se non viene in qualche modo “accolto” non lascia spazio all’Amore.

Chiediamo sempre e incessantemente preghiere, la Rete della piccola M di amici, parenti, conoscenti è fitta e ci sostiene con pensieri e preghiere. risonanza di controllo. L’aneurisma non è solo, sono due sacche gigantesche che crescono velocemente, sono tra loro collegate e, mai visto prima, drenano nel cervello, quindi per inciso le sacche non possono essere semplicemente trombizzate cioè chiusa la sacca come negli altri casi di aneurisma, perché drenano sangue buono direttamente nel cervello. M è il primo caso assoluto al mondo. bisognerà trattarla regolarmente per ridurre al minimo i rischi e far sì che possa vivere una vita normale.

5 febbraio seconda operazione rischio di trombosi. M entra in sala operatoria. La porta si chiude, la porta si apre. M è viva — lacrime — M è viva. Nessun danno cerebrale. La massa è stata trattata al 90 per cento. 24 febbraio festeggiamo il complemezzano, per essere una che doveva nascere morta, è una data da festeggiare. Iter solito. Dopo un mese risonanza di controllo. Il trend di crescita si è bloccato e l’aneurisma più grande si è esteso, però pur trattando il 90 per cento si è ridotta la sacca più piccola ma l’altra quella più grossa non è cambiata, non si è ridotto nulla. Si sono anche formate altre malformazioni.

Gelo.

Loro sono interdetti e umanamente dispiaciuti. Stanno dando tutta la professionalità che possono, e tutto il sostegno umano che noi abbiamo sempre sentito — “la strada si fa stretta, dritta, ma stretta” — stretta angoscia. Solo pura angoscia. Gesù piangeva sangue. Non c’è nessun altro modo di descrivere l’angoscia della morte. Dio, busso alla porta del tuo cuore e ti chiedo cosa vuoi da me, ho paura della tua risposta, ti temo. Sia fatta la tua volontà e non la mia. No, non ci riesco. Ti vedo lontano, girato di spalle, non capisco più nulla: sei tu che decidi? Mi sembra di impazzire. Nessun pensiero è lucido. Non c’è luce. Da quel momento per me inizia una dura lotta.

Non ho mai chiesto il perché, mai, non ho nemmeno mai chiesto la guarigione di mia figlia, non ci riuscivo, ma la cosa che mi distruggeva è che la parola morte stava prendendo il sopravvento e che temevo mio Padre. Poi dal timore è arrivata la rabbia. mi scoprivo a sfidarlo, ma desideravo ardentemente che lui ci fosse. Lo bestemmiavo perché ero come ogni figlio che vuole dimenticare un Padre, in fondo continua a cercarlo sempre. “Cosa vuoi ancora? non ti lascerò andare finché non mi avrai benedetta! come Giacobbe dall’altra parte del fiume ti aspetterò e ci picchieremo e ne sopravviverà solo uno … e non sei tu! … rispondi! dove sei? io voglio che tu ci sia, benedicimi!".

Urla mute.

25 aprile, in auto verso Vezzolano e poi colle Don Bosco. “Chiunque crede in me, anche se muore vivrà, chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?” Credi questo? Credi questo? Depongo le armi e Ti chiedo per la prima volta: “Papà, guarisci il mio cuore e guarisci la mia bambina”. Mai il nome Papà mi era sembrato tanto dolce.

8 maggio ore 15 “non sia turbato il tuo cuore e non abbia timore”. 8 maggio ore 16 ci chiama la dottoressa e ci dice: “Il 14 maggio è confermato, ma volevamo comunicarvi che siamo stupiti dalla risonanza di ieri, perché si può vedere che anche la sacca più grossa sta iniziando piano piano a ridursi. La strada è lunga ma è questa. Dobbiamo continuare in questa direzione". (ndr. da letteratura scientifica le riduzioni dopo i trattamenti si vedono nel giro di un mese, dopo non cambia quasi nulla). Il mio cuore smette di battere. Si risale in giostra. Si richiede pazienza speranza forza d’animo amore e fiducia piena, con deposizione di armi. Ecco, tutto è difficile, ma quest’ultima cosa senza le preghiere di tutti coloro che hanno sostenuto M e senza la presenza dei nostri cari e amici accanto non sarebbe stata possibile, sarebbe stata disumana. La deposizione delle armi è disumana.

14 maggio terza operazione M esce dalla sala, post operatorio lungo. 28 maggio entra la neurochirurga in stanza e ci dice che anche l’aneurisma più grosso si sta riducendo e che altre due vene stanno drenando naturalmente al suo posto nel cervello — “ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio” — non ci sarà una quarta operazione.

Silenziosa e composta, incredula e profondissima gioia.

Io non sono stata e non mi sento una mamma forte, io non credo di essere forte nemmeno nella fede. Io non credo di aver capito molto. Né del dolore né della resurrezione. La morte la malattia il dolore restano un mistero. Sono piena di gioia ma anche di dolore per l’alzati che Gesù ha voluto dare alla mia piccola M, per la gloria di Dio, ma chiedersi perché lei sì e altri bambini no non ha senso, fa solo male. Ma a volte come mamma mi succede. Quello che so è che per essere pienamente umani dobbiamo Stare, senza fuga, in qualsiasi cosa.

Lui ci vuole così.

Per questo è incisa dentro di me, nella parte più intima del mio dolore e della mia gioia, l’immagine di Maria: La Madre Stava. Stabat Mater. Vangelo di Giovanni, la madre stava. Stava, lì, in silenzio, sotto la croce. Stare è disumano, devastante, semplicemente atroce. Ma Stare è disumano anche e proprio perché non è solo umano. Per Stare ci deve essere un secondo “Sì”. A Lui.

E' passato 1 mese e mezzo dall’operazione, facciamo controlli regolari perché M resta in sorveglianza speciale, e la nostra vita ha cominciato ad essere piano piano una vita “normale”. Così mi ritrovo spesso di notte a pensare. Penso a questa avventura con la nostra piccola grande M, ai primi attimi, a quando me l’hanno portata via. E penso a Chiara Corbella Petrillo, al suo dire che il nostro cuore conosce bene quale sia la Verità e penso che Dio è Padre buono, perché ti insegna ad Amare a piccoli passi proprio lì dove è la tua più grande Paura.

Desidero con tutto il cuore dire ai tanti e cari genitori nella fatica di non abbattersi.

Ci saranno i giorni e soprattutto le notti dell’angoscia, suderete sangue e lacrime, bestemmierete, e il vostro spirito sarà come schiacciato da un enorme sasso che non vi farà respirare. Sarete nel sepolcro più buio. Ma non fatevi vincere dall’angoscia. Forza! Chiedete incessantemente, stringetevi forte a Lui, stringete forte vostro marito e vostro figlio. E fidatevi e affidatevi agli strumenti che Dio vorrà donarvi, i dottori e tutto lo staff dell’ospedale hanno bisogno della vostra fiducia. Fidatevi di chi pur avendo una grande professionalità resta uomo umile. Fidatevi di vostro figlio e poi ancora, chiedete a chi vi sta accanto di sostenervi con la preghiera. Fatevi accompagnare da un frate, un prete, una persona di Fede e di esperienza, che possa camminare con voi nella prova, le amicizie tra laici e consacrati sono un Dono prezioso, non ringrazieremo mai abbastanza il nostro amico e padre V. Voi ce la farete ad Amare il vostro bambino pienamente. Io non so se ci sarà una guarigione o no, ma quello che è importante è Stare occhi negli occhi. Amando. Dando Tutto ciò che possiamo. Vi voglio bene, non sapete quanto, e vi sono vicina. Prego per voi e per la vostra pace.

martedì 21 ottobre 2014

A CHI IMPORTA DAVVERO DEI MATRIMONI TRA OMOSESSUALI

Negli ultimi venti anni il numero dei matrimoni è diminuito in Italia del 40% (fonte dati Istat).

A fronte di una società composta da giovani che prevalentemente preferiscono andare a convivere piuttosto che sposarsi, con rito civile o religioso che sia, veniamo quotidianamente travolti da uno tsunami di richieste di omosessuali che vorrebbero sposarsi.

Da quando un rito, il matrimonio, sembra essere passato di moda, le associazioni gay non fanno altro che richiedere di poter usufruire di questa forma contrattuale. 

Mi sembra poi, ma forse sbaglio per poca conoscenza dell'argomento, che più che gli omosessuali stessi, siano i loro "tifosi" a reiterare ossessivamente la richiesta di riconoscere il matrimonio tra persone dello stesso sesso, fino a vedere Sindaci violare la Legge, cosa assai disdicevole per un primo cittadino che dovrebbe sempre dare l'esempio sul rispetto delle norme vigenti.

Insomma, mi sembra che tutto il polverone alzato quotidianamente sul tema, puzzi molto di ideologia e serva a distrarre l'attenzione dai problemi che seriamente preoccupano tutti, davvero tutti, i cittadini: la mancanza di lavoro, la crisi economica, l'eccessiva pressione fiscale, il degrado generale in cui versa il nostro Paese.

lunedì 20 ottobre 2014

BONUS BEBE'

E così il Presidente del Consiglio si è deciso a dare una mano alle famiglie.
Matteo Renzi ha infatti annunciato (annunciato, e lo sottolineo) che da gennaio le neo-mamme riceveranno 80 euro al mese per i primi tre anni di vita del bambino.

Verrebbe da fare qualche ironia sul fatto che il bonus sia sempre di 80 euro, quasi che questa cifra abbia per il nostro Primo Ministro un potere taumaturgico per tutti i mali dell'Italia.
Curioso è anche il fatto che abbia dichiarato che il bonus verrà dato alle mamme e non alla famiglia nella sua interezza. Si dirà che sono modi di dire ma dietro l'uso delle parole si nasconde sempre un modo di interpretare la realtà. Allora viene da domandarsi se per Renzi l'unica figura legata al figlio è quella della mamma, concetto che poi andrebbe coniugato con non poche difficoltà alla sua idea di consentire il matrimonio tra coppie omosessuali e permettere loro anche le adozioni.

Ma vogliamo prendere il buono del provvedimento: aiutare le famigliesotto il punto di vista economico nel sostentamento dei nuovi nati è una buona cosa.

Ma 80 euro al mese (960 all'anno) per tre anni sono tanti o pochi?


In Francia, tanto per fare qualche esempio di qualche altro Paese europeo, la nascita di un secondo figlio viene salutata con l’arrivo, a distanza di meno di un mese, di un assegno mensile da 124 euro. Bonus che, a partire dal 14esimo anno d’età di ogni figlio e fino al ventesimo, aumenta di altri 62 euro. 
Tutto ciò indipendentemente dal reddito: il 90% delle famiglie francesi può contare su un bonus bebè da 923 euro a partire dal settimo mese di gravidanza. 
Fino al terzo anno di vita del pargolo, inoltre, è previsto un ulteriore assegno di 186 euro. 
A conti fatti, una famiglia del ceto medio con due figli, uno neonato e l’altro all’asilo nido, percepisce dallo Stato quasi 7mila euro all’anno.

In Gran Bretagna, una famiglia del ceto medio con 2 bimbi percepisce un contributo mensile di 100 euro per il primo figlio e di 164 dal secondo in poi: totale 3.168 euro all’anno
Per i nuclei familiari con un reddito inferiore ai 32mila euro, inoltre, la Childcare tax credit garantisce un credito d’imposta a copertura parziale delle spese sostenute per la baby-sitter. 
Inoltre, nel Regno Unito esiste una rete di 30mila negozi che permettono alle mamme meno abbienti di acquistare latte, frutta, verdura e vitamine con un voucher. 

In Germania il bonus bebè raggiunge i 4.416 euro all’anno per chi ha 2 figli, con un importo mensile pari a 184 euro per ogni pargolo. 
Il welfare tedesco prevede inoltre un posto all’asilo nido di diritto per ogni famiglia, mentre chi preferisce accudire a casa i bambini riceve un assegno da 150 euro al mese.

Insomma, guardando appena oltre frontiera, si capisce che di strada da fare ne abbiamo ancora molta.


mercoledì 15 ottobre 2014

SOL, SERRAVALLE-AUSCHWITZ E RITORNO


La figlia Galia accompagna Sol
La figlia Galia accompagna Sol
Dopo l'incontro con Sol Cittone, sopravvissuta ad Auschwitz dopo essere stata arrestata nel mio comune, Serravalle Pistoiese, dentro di me si sono mescolati diversi sentimenti. Tante volte ho sentito raccontare storie sull'olocausto, tante trasmissioni ho avuto modo di seguire, ho visto con i miei occhi Auschwitz ma mai avevo parlato, stretto la mano e abbracciato qualcuno dei pochi che ebbero la fortuna di sopravvivere. Quando avviene qualcosa del genere è difficile riuscire a raccontarlo a chi non era presente. Sono sincero, non ci sarei riuscito. Per fortuna, il mio vecchio professore, Edoardo Bianchini, che insieme a Roberto Daghini è riuscito a rintracciare Sol Cittone, ha saputo spiegare, molto meglio di come avrei potuto fare io, quelle sensazioni che ti restano appiccicate addosso dopo un incontro tanto fuori dal comune. Per questo non trovo di meglio che pubblicare l'articolo uscito sul sito Linee Future (Sol sopravvissuta all'inferno) che, spero, possa interessarvi.


Proviamo a chiederle se di quei giorni bui e interminabili abbia qualche bel ricordo.
Ci pensa, Sol Cittone Miralles, giunta nel pomeriggio a Serravalle Pistoiese per ricordare e soprattutto far ricordare le persecuzioni antisemite operate dai fascisti e dai nazisti nel periodo della seconda guerra mondiale. Ci pensa bene, ma del campo di concentramento di Auschwitz, dove arrivò quindicenne, e degli altri lager dove purtroppo è stata ma da dove è miracolosamente riuscita a ritornare viva, anche se da sola e con nessuno dei sette componenti della sua famiglia, non riesce a ricordare davvero nulla, nulla che la faccia sorridere.
“I ricordi sono solo sofferenza – dice Sol in un italiano impacciato, ma comprensibilissimo, con qualche divagazione livornese, città dove è cresciuta, dopo essere nata ad Instanbul 85 anni fa –. Ci picchiavano continuamente, dalla mattina alla sera. E ci facevano mangiare poco, pochissimo. Ricordo quando ero su un carro a dividere e sbucciare patate: uno delle SS si avvicinò e mi cominciò a schiaffeggiare. Gli dissi di smettere e lui, dopo aver provato a tapparmi la bocca con le mani, mi sferrò un calcio in un gamba con quegli stivaloni invernali che avevano. Iniziai a sanguinare. Lui, a ridere”.
Ad accoglierla, oggi pomeriggio, davanti al Comune di Serravalle, un piccolo stuolo di persone, formato dal Sindaco e soprattutto da giornalisti. Curiosi non ce ne sono, nonostante il paese, a questo evento, sembrasse tenerci particolarmente. Sirio e Imperia, però, coetanei di Sol, non sono voluti mancare.
“Ho fatto con Sol la quinta elementare – racconta e ricorda Sirio Balleri, che di Serravalle è un’istituzione: ex assessore, ma soprattutto, fonte storica e bibliografica del paese –. Le aule erano all’ultimo piano del caseggiato dove abitava lei, quando arrivò qui come sfollata”.
Anche Imperia Leporatti la ricorda benissimo. E appena arrivata, l’abbraccia e la bacia, con gli occhi lucidi.
Nonostante l’età, il dolore che le ha trapassato indelebilmente la vita, Sol Cittone è un vulcano in piena. Nelle sue parole, nel timbro della sua voce e soprattutto nei suoi occhi però, non c’è rabbia, né voglia di vendetta.
Sirio Balleri e Imperia Leporatti, compagni di scuola di Sol
Sirio Balleri e Imperia Leporatti, compagni di scuola di Sol
Risponde a tutti quelli che le chiedono qualcosa, con la cortesia che l’interlocutore le ricordi a che punto è arrivata con il racconto. La memoria, ogni tanto, inizia a tradirla: con i nomi delle persone e delle città, con le date, con i numeri. Dell’olocausto però, ricorda tutto, perfettamente.
“Passammo cinque giorni in treno – continua Sol –. Ci portarono alla stazione dopo averci rinchiuso, come ebrei, nel carcere di Pistoia e in quello di Firenze (Le Murate – n.d.r.). A Pistoia fu il maresciallo Luigi Cellai ad interrogarci e a portarci in galera. In Germania arrivammo a mezzanotte. I tedeschi che ci pressarono sui vagoni ci dissero che se qualcuno, durante il viaggio, fosse scappato, gli altri avrebbero pagato al loro posto, con la fucilazione”.
“Passavano i giorni, nel campo di concentramento, e poco alla volta, noi donne, diminuivamo. Non sapevo dove venissero portate quelle che stavano con me, nelle stanze e che improvvisamente, sparivano. Una mattina capii perfettamente dove andassero le mie amiche del Lager: stavo malissimo e lo dissi alla Kapo, una tedesca che ci trattava malissimo. Mi misurò la febbre: avevo al temperatura a 40. Mi portò in un altro stanzone, dove c’erano un sacco di altre donne in fila, tutte malandate come me. Ero stata portata alle camere a gas. Arrivò un ufficiale: era il dottor Mengele. Mi chiese come stessi e io, nonostante tremassi come una foglia, gli risposi che stavo bene. Fu la mia salvezza: ero ancora utilizzabile, potevo servire ancora a qualcosa, non ero da gettare. Mi rispedì in un altro stanzone, dove per giorni e giorni lavorai per confezionare munizioni: polvere da sparo incapsulata in piccoli astucci d’acciaio. Erano le pallottole”.
Ognuno, tra i colleghi presenti, è curioso di sapere, notes alla mano, qualcosa di particolare. Sol, risponde a tutti, guardando ognuno negli occhi. La figlia, Galia, che la ha accompagnata da Haifa, dove vivono, le porta un bicchiere d’acqua. Da quando è scesa dalla macchina che la ha accompagnata, non ha ancora smesso di parlare un solo attimo.
“Ci marchiarono per contarci – dice Sol, scoprendosi l’avambraccio –. 75671, questo era il mio numero”. È sbiadito, quel tatuaggio, ma è ancora leggibilissimo.
La pioggia, battente, ha dato un po’ di tregua. Il Sindaco e un paio di assessori presenti alla cerimonia desiderano portare Sol a farle rivedere la casa dove trascorse un po’ di tempo prima di essere deportata.
Sol mostra il suo numero tatuato sul braccio
Sol mostra il suo numero tatuato sul braccio
Sol si incammina, ma le dicono che la visita la faranno in macchina.
A camminare è abituata, Sol. Quando i tedeschi cominciarono a fiutare l’odore della sconfitta, tutti i deportati sopravvissuti alle camere a gas e ai forni crematori furono sottoposti alle marce della morte.
“Camminammo – racconta ancora –, interrompendo la marcia solo per riprendere fiato, per 4 giorni consecutivamente. Molti, durante l’ultima tortura, morirono per strada. Io e una ragazza, di cui non ricordo il nome, riuscimmo a sopravvivere, grazie anche ad una scatola di sardine. Un ufficiale tedesco ci dette anche una baguette. Poi, dopo un po’, arrivammo nei paraggi di un ospedale e lì incrociammo le truppe sovietiche. L’incubo era finito”.
Sono passati quasi settant’anni, da allora. Sol Cittone Miralles è ancora viva ed ha ancora la forza per ricordare e raccontare.
Bisognerebbe ascoltarla bene, Sol. Soprattutto noi che non abbiamo visto e che certe atrocità non possiamo neanche riuscire a immaginarle.
Luigi Scardigli

CON IL SOLE CHE FA CAPOLINO

Galia, Edoardo Bianchini, Sol Cittone e Dana Biro a Villa Parri
Galia, Edoardo Bianchini, Sol Cittone e Dana Biro a Villa Parri
LA MAGGIOR PARTE della nostra vita passa in mezzo a giorni grevi e lentissimi.
A volte, però, improvvisamente il cielo si apre e dalle nuvole esce il sole, come a me è capitato oggi che ho conosciuto personalmente una donna sopravvissuta ad Auschwitz: Sol Cittone.
Con la mia cara allieva Dana Biro, la giovane israeliana che è riuscita a rintracciare Sol ad Haifa, siamo saliti a Villa Parri, a Pistoia, e mentre il cielo si apriva davvero e il sole spuntava, ci siamo trovati a tu per tu, a parlare – in tre lingue: italiano, ebraico e inglese – con quella Sol che, settanta anni fa, fu arrestata con i suoi, scaraventata per quattro giorni in prigione a Pistoia e poi trascinata a Firenze e a Fossoli e da lì, in  cinque giorni indicibili di viaggio, fatta scendere ad Auschwitz.
Ad Auschwitz sono stato cinque volte. Sempre commosso e spaventato da quello che gli uomini sono capaci di fare agli uomini. Ma l’incontro diretto con Sol, con quella bimba di 15 anni che fu strappata da qua e gettata nell’inferno dell’anus mundi, come diceva Primo Levi, mi ha colpito oltre ogni umano pensare.
Vedere è sempre un’emozione che non ha uguali. Vedere e ascoltare lo è ancor di più.
Sol mi parlava e mi raccontava la sua storia per frammenti. Poi mi ha fatto vedere il numero sul suo braccio. Ed è molto diverso che vederlo in televisione o in un filmato.
Con la mia allieva Dana e con le persone della famiglia di Sol, per prima Galia, la figlia straordinariamente energica e vitale, oggi abbiamo condiviso un’esperienza di vita di quelle che alleggeriscono l’esistenza anche se attraverso il dolore: un dolore che non può essere percepito tutto, interamente, come fu, ma che, sublimato dalla distanza del tempo e dalla serenità di Sol, rende improvvisamente saggi, alleggerisce la nostra grevità di poveri esseri pieni di superbia, e ci lascia dentro solo una voglia di piangere che sa di grandezza e di disperazione, di tragedia e di gioia.
La gioia di aver toccato un testimone e di poterne conservare e trasmettere la memoria.
Edoardo Bianchini

martedì 7 ottobre 2014

NON C'E' POSTO ALLE POSTE


Al Sindaco di Serravalle Pistoiese


OGGETTO: interrogazione


L'ufficio postale di Casalguidi, punto di riferimento per tutti gli abitanti di Casalguidi e Cantagrillo oltre che per le aziende che operano nel nostro territorio, appare da tempo completamente inadeguato rispetto alle esigenze.

Nonostante il personale quotidianamente si adoperi con grande dedizione e disponibilità, le code che si formano sono molto lunghe e prevedono tempi di attesa tali da creare grave disagio soprattutto alla popolazione anziana.

L'ambiente piccolo e la scarse possibilità di stare seduti causano senza dubbi momenti di enorme difficoltà.
Talvolta accade che la coda si sviluppi anche all'esterno della struttura, ormai veramente troppo angusta per accogliere tutti gli utenti che ad essa si rivolgono.

La situazione si è aggravata negli ultimi anni, da quando le Poste hanno ampliato i propri servizi, inserendo attività tipiche del settore bancario. A fronte di una maggiore offerta Poste Italiane non ha pensato di adeguare la struttura sia da un punto di vista logistico che organizzativo.

In particolar modo però le cose sono ulteriormente peggiorate con la chiusura, avvenuta a metà settembre, dell'ufficio postale di Santonuovo, ufficio destinato solo alla “clientela business”, quindi alle imprese che, da allora, si sono rivolte in gran parte all'ufficio di Casalguidi.


Ovviamente l'Amministrazione comunale non ha alcuna competenze né responsabilità su quanto avviene ma ritengo che ci si debba far carico del disagio dei nostri cittadini per intervenire presso Poste Italiane affinchè venga individuata una soluzione attraverso una nuova organizzazione degli orari e, perchè no, della sede.

Certo che vorrà attivarsi in tal senso, attendo la sua risposta.

Cordiali saluti.


                                                                              Federico Gorbi
                                                    Capogruppo “Serravalle Popolari e Riformisti”

giovedì 2 ottobre 2014

LA TEORIA DELLE FINESTRE ROTTE

Nel 1969, presso l'Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. 
Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una  nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York ; l'altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. 
Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
Si è scoperto che l'automobile abbandonata nel Bronx ha cominciato ad essere smantellata in poche ore. Ha perso le ruote, il motore, la radio, ecc. 
Tutti i materiali che potevano essere utilizzati sono stati presi, e quelli non utilizzabili sono stati distrutti. 

Dall’altra parte , l'automobile abbandonata a Palo Alto, è rimasta intatta.

È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. 
Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici (destra e sinistra). Tuttavia, l'esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, California. 

Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York : furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.

Perchè il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.

Un vetro rotto in un'auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza, sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. 
Ogni nuovo attacco subito dall'auto ribadisce e moltiplica quell'idea, fino all'escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.

In esperimenti successivi James Q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, che la criminalità è più alta nelle aree dove l'incuria, la sporcizia, il disordine e l'abuso sono più alti.

Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri. 
Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. 
Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smettono di uscire dalle loro case per paura) e questi stessi spazi lasciati dalla comunità, saranno progressivamente occupati dai criminali.

Gli studiosi hanno risposto in una forma più forte ancora, dichiarando che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l'ambiente.

A casa, tanto per fare un esempio, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la  sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di cattive abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia, ecc, ecc, ecc. poi, gradualmente,  cadranno anche la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. 

Questa teoria delle finestre rotte può essere un'ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l'altro e per le  autorità e la corruzione  a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno sembra disposto a ripararle.

La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuto il punto più pericoloso della città. 
Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati sono stati evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro un luogo sicuro.
Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l'esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.

La frase “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale è più prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. 
Non è questione di  violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia.
Infatti, anche in materia di abuso di autorità, dovrebbe valere la tolleranza zero. Non è tolleranza zero nei confronti della persona cher commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso.

L’idea è di creare delle comunità pulite, ordinate, rispettose della legge e delle regole che sono alla base della convivenza  umana.

È bene tornare a leggere questa teoria.