giovedì 2 ottobre 2014

LA TEORIA DELLE FINESTRE ROTTE

Nel 1969, presso l'Università di Stanford (USA), il professor Philip Zimbardo ha condotto un esperimento di psicologia sociale. 
Lasciò due auto abbandonate in strada, due automobili identiche, la stessa marca, modello e colore. Una  nel Bronx, quindi una zona povera e conflittuale di New York ; l'altra a Palo Alto, una zona ricca e tranquilla della California. 
Due identiche auto abbandonate, due quartieri con popolazioni molto diverse e un team di specialisti in psicologia sociale, a studiare il comportamento delle persone in ciascun sito.
Si è scoperto che l'automobile abbandonata nel Bronx ha cominciato ad essere smantellata in poche ore. Ha perso le ruote, il motore, la radio, ecc. 
Tutti i materiali che potevano essere utilizzati sono stati presi, e quelli non utilizzabili sono stati distrutti. 

Dall’altra parte , l'automobile abbandonata a Palo Alto, è rimasta intatta.

È comune attribuire le cause del crimine alla povertà. 
Attribuzione nella quale si trovano d’accordo le ideologie più conservatrici (destra e sinistra). Tuttavia, l'esperimento in questione non finì lì: quando la vettura abbandonata nel Bronx fu demolita e quella a Palo Alto dopo una settimana era ancora illesa, i ricercatori decisero di rompere un vetro della vettura a Palo Alto, California. 

Il risultato fu che scoppiò lo stesso processo, come nel Bronx di New York : furto, violenza e vandalismo ridussero il veicolo nello stesso stato come era accaduto nel Bronx.

Perchè il vetro rotto in una macchina abbandonata in un quartiere presumibilmente sicuro è in grado di provocare un processo criminale?
Non è la povertà, ovviamente ma qualcosa che ha a che fare con la psicologia, col comportamento umano e con le relazioni sociali.

Un vetro rotto in un'auto abbandonata trasmette un senso di deterioramento, di disinteresse, di non curanza, sensazioni di rottura dei codici di convivenza, di assenza di norme, di regole, che tutto è inutile. 
Ogni nuovo attacco subito dall'auto ribadisce e moltiplica quell'idea, fino all'escalation di atti, sempre peggiori, incontrollabili, col risultato finale di una violenza irrazionale.

In esperimenti successivi James Q. Wilson e George Kelling hanno sviluppato la teoria delle finestre rotte, con la stessa conclusione da un punto di vista criminologico, che la criminalità è più alta nelle aree dove l'incuria, la sporcizia, il disordine e l'abuso sono più alti.

Se si rompe un vetro in una finestra di un edificio e non viene riparato, saranno presto rotti tutti gli altri. 
Se una comunità presenta segni di deterioramento e questo è qualcosa che sembra non interessare  a nessuno, allora lì si genererà la criminalità. 
Se sono tollerati piccoli reati come parcheggio in luogo vietato, superamento del limite di velocità o passare col semaforo rosso, se questi piccoli “difetti” o errori non sono puniti, si svilupperanno “difetti maggiori” e poi i crimini più gravi.
Se parchi e altri spazi pubblici sono gradualmente danneggiati e nessuno interviene, questi luoghi saranno abbandonati dalla maggior parte delle persone (che smettono di uscire dalle loro case per paura) e questi stessi spazi lasciati dalla comunità, saranno progressivamente occupati dai criminali.

Gli studiosi hanno risposto in una forma più forte ancora, dichiarando che l’incuria ed il disordine accrescono molti mali sociali e contribuiscono a far degenerare l'ambiente.

A casa, tanto per fare un esempio, se il capofamiglia lascia degradare progressivamente la  sua casa, come la mancanza di tinteggiature alle pareti, cattive abitudini di pulizia, proliferazioni di cattive abitudine alimentari, utilizzo di parolacce, mancanza di rispetto tra i membri della famiglia, ecc, ecc, ecc. poi, gradualmente,  cadranno anche la qualità dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia ed inizieranno a crearsi cattivi rapporti con la società in generale. 

Questa teoria delle finestre rotte può essere un'ipotesi valida a comprendere la degradazione della società e la mancanza di attaccamento ai valori universali, la mancanza di rispetto per l'altro e per le  autorità e la corruzione  a tutti i livelli. La mancanza di istruzione e di formazione della cultura sociale, la mancanza di opportunità, generano un paese con finestre rotte, con tante finestre rotte e nessuno sembra disposto a ripararle.

La “teoria delle finestre rotte” è stata applicata per la prima volta alla metà degli anni ottanta nella metropolitana di New York City, che era divenuto il punto più pericoloso della città. 
Si cominciò combattendo le piccole trasgressioni: graffiti che deterioravano il posto, lo sporco dalle stazioni, ubriachezza tra il pubblico, evasione del pagamento del biglietto, piccoli furti e disturbi. I risultati sono stati evidenti: a partire della correzione delle piccole trasgressioni si è riusciti a fare della Metro un luogo sicuro.
Successivamente, nel 1994, Rudolph Giuliani, sindaco di New York, basandosi sulla teoria delle finestre rotte e l'esperienza della metropolitana, ha promosso una politica di tolleranza zero. La strategia era quella di creare comunità pulite ed ordinate, non permettendo violazioni alle leggi e agli standard della convivenza sociale e civile. Il risultato pratico è stato un enorme abbattimento di tutti i tassi di criminalità a New York City.

La frase “tolleranza zero” suona come una sorta di soluzione autoritaria e repressiva, ma il concetto principale è più prevenzione e promozione di condizioni sociali di sicurezza. 
Non è questione di  violenza ai trasgressori, né manifestazione di arroganza da parte della polizia.
Infatti, anche in materia di abuso di autorità, dovrebbe valere la tolleranza zero. Non è tolleranza zero nei confronti della persona cher commette il reato, ma è tolleranza zero di fronte al reato stesso.

L’idea è di creare delle comunità pulite, ordinate, rispettose della legge e delle regole che sono alla base della convivenza  umana.

È bene tornare a leggere questa teoria.

lunedì 29 settembre 2014

ETEROLOGA: CHI PENSA AI DIRITTI DEI FIGLI?

In Italia e all’estero, si sta riflettendo con sempre maggiore insistenza sulle conseguenze che i cambiamenti introdotti con tanta superficialità in alcuni Paesi, in materia di filiazione, producono e produrranno in futuro, quando i soggetti interessati, coinvolti al di là dalla loro volontà, prenderanno coscienza dei propri diritti e delle limitazioni che hanno dovuto subire. Ci si accorge ad esempio che mentre oggi si ignorano, e si violano, i diritti di alcune persone, soprattutto minori che non possono interloquire e difendersi, questi diritti resistono in natura e prima o poi possono riemergere, se ne può esigere la tutela in termini retroattivi. Anche perché i rapporti naturali non passano in prescrizione.

Quando si supera la soglia di una legge ingiusta, si possono poi moltiplicare le ingiustizie, rimanendo impigliati nella logica distorta di base, oppure si può ridurne l’impatto con qualche effetto migliorativo. L’ammissione dell’eterologa ha già fatto nascere in altri Paesi iniziative di singoli, o associazioni, per conoscere l’identità del donatore (genitore naturale), rivendicando il cosiddetto diritto alla verità, riconosciuto dai Codici e dalle Carte internazionali dei diritti umani. È diritto insopprimibile, fondato sull’esigenza di conoscere le proprie radici fisiche e psichiche, necessarie per alcune scelte personali, di comportamento o sanitarie, ma anche in prospettiva per chiedere l’adempimento di doveri di cura e assistenza in particolari situazioni.

La legge può stabilire, come fa in alcuni Stati (non in tutti), il diritto all’anonimato, ma questo può non resistere a lungo, perché in conflitto con altri diritti umani, e perché il legame biologico naturale non può essere spezzato, innestato com’è nel corpo e nella mente del bambino che nasce. Giovanni Belardinelli ha riproposto, nei giorni scorsi, sul Corriere della Sera un allarme, non nuovo per i lettori di questo giornale, lanciato da alcune strutture di fisiopatologia della riproduzione per le quali oggi «non ci sono donatori». E non ci sono, o si vanno riducendo, per più motivi: la donazione femminile è possibile solo con una procedura medica defatigante e rischiosa; la donazione maschile deve affrontare la prospettiva che i figli vorranno un giorno conoscere il genitore naturale e magari rivendicare altri diritti legati appunto alla naturalità del rapporto. Il donatore anonimo scopre così di non essere garantito dalle responsabilità. Tutto diviene più grave nella pratica della 'maternità surrogata' e delle sue varianti, che coinvolge più soggetti. 
 
Sylviane Agacinski, filosofa femminista e moglie di Lionel Jospin, in un testo del 2009 recentemente ripresentato con una edizione più ricca, ha definito questa forma di prestazione procreativa una forma moderna di «servitù» della persona umana, messa a disposizione di desideri e comandi altrui. E Avvenire ne ha dato una prova concreta con un articolo di Assuntina Morresi che ha esaminato i termini contrattuali avvilenti, appunto servili, che definiscono i rapporti tra la madre surrogata e i suoi committenti. Ma già oggi gli ordinamenti che legittimano la surrogazione conoscono il conflitto tra madre naturale e madre sociale, quando quest’ultima rivendica il diritto di tenere per sé il bambino che ha avuto in gestazione e ha partorito (al punto che il concetto stesso di 'madre sociale' è ambiguo e insufficiente), in opposizione a chi ha commissionato la gravidanza.

Ci sono altre possibilità ancora. Quella sciagurata, dei genitori committenti che rifiutano il bambino se presenta malformazioni o caratteristiche non volute. E quella del figlio che chieda un giorno di conoscere l’intreccio biologico dal quale è nato e giudichi le scelte che ha subito passivamente, con tutte le conseguenze. Si comprende facilmente che possono derivarne diverse conflittualità di diritti, così come potranno prospettarsi doveri a carico di adulti che hanno voluto imporre ad altri la propria volontà sovrana. Il quadro si sconvolge ancora di più se ci si riferisce alla pratica dell’adozione di minore da parte di coppie non eterossessuali, che finisce con negare al minore quel diritto naturale (sancito dalla Carte dei diritti umani) alla doppia genitorialità, base e fondamento per la sua crescita armonica e psichicamente equilibrata.

Esercitando un potere pressoché assoluto, si vuole affermare il diritto di chiunque ad avere un figlio, anche senza dargli i genitori cui ha diritto, ma oggi ci si comincia a chiedere: questo figlio non reclamerà un giorno i suoi diritti? Siamo sicuri che non soffrirà per l’assenza di una vera coppia di genitori, e non chiederà d’essere risarcito del danno subito senza che potesse dire nulla mentre gli adulti decidevano del suo futuro guardando soltanto ad un egoistico interesse? Queste domande sino a poco tempo fa sembravano astratte, oggi sono molto concrete, alcune sono già state formulate, e suggeriscono una prima valutazione: può sembrare facile costruire per legge rapporti familiari privi di una base naturale, o contrari a diritti umani essenziali, però nulla può essere dato per scontato e definitivo in un campo che tocca l’identità della persona e la sua coscienza.

Di qui l’esigenza di riflettere, vagliare con attenzione ogni opzione normativa in materia di famiglia e filiazione, e non cedere agli slogan del liberismo antropologico più spinto che vuole legittimare ogni scelta, svincolandola dal senso di responsabilità insito nella cura della persona umana.


Carlo Cardia
da Avvenire, 28 settembre 2014

venerdì 26 settembre 2014

ANCORA SUL CAMPO SPORTIVO (ma si può chiamare così?) DI VIA MATTEOTTI

E' il momento di avere una parola chiara e definitiva su questa vicenda.
Da troppo tempo le risposte vengono rinviate.
Il vecchio campo sportivo non è più adeguato alle esigenze attuali. Lo dice già l'aggettivo: se è "vecchio" è il momento di superare l'utilizzo di questo impianto per destinare quell'area ad altre soluzioni, prima di tutto per un'area verde e per nuovi posti auto, davvero carenti in quella zona.
Per questo ho presentato al Sindaco una nuova richiesta che spero sia l'ultima in modo da mettere la parola fine a questa vicenda.




Al Sindaco di Serravalle Pistoiese


 OGGETTO: interrogazione a risposta scritta


Nei giorni della Fiera di Casalguidi l'amministrazione comunale è dovuta intervenire d'urgenza per permettere alle giostre, che tradizionalmente arricchiscono la festa, di poter usufruire del campo sportivo di via Matteotti.
Il terreno infatti non ha retto alle intense piogge, diventando una vera e propria palude.

La causa del cattivo drenaggio è soprattutto da individuare nella totale inesistenza di un manto erboso che ha scatenato più volte, negli anni e nel recente passato, l'ira degli abitanti della zona, sommersi dalla polvere che si alza dal terreno.

Insomma, quando non piove non si respira per la polvere, quando invece piove il campo diventa una palude.

Terminato il periodo della Fiera il terreno di gioco è stato oggetto di un nuovo intervento per ripristinare le condizioni minime per lo svolgimento dell'attività agonistica.

Tutti questi interventi avranno avuto un costo a carico della cittadinanza che chiedo di conoscere ma, soprattutto, Le chiedo di mettere la parola fine a questa vicenda individuando con chiarezza i modi e i termini, anche temporali, per giungere ad una soluzione definitiva del problema.

Certo che vorrà dare a me, e soprattutto ai cittadini, una risposta chiara e definitiva, La saluto cordialmente.


                                                                                                   Federico Gorbi
                                                                       Capogruppo "Serravalle Popolari e Riformisti"